Un racconto che descive le sensazioni vissute al concerto dei Foo Fighters Fighters organizzato da Rockin’1000, il 3 novembre 2015 a Cesena.

“I, I’m a one way motorway”
Un viaggio fino all’essenza dei Foo Fighters e non solo.

Guido, incazzato. Appena trascorsa una notte troppo ricca di pensieri e una mattinata troppo ricca di problemi al lavoro. Anche il viaggio, lungo, macinato per arrivare a Cesena per il tanto atteso concerto dei Foo Fighters, è tempestato da telefonate che accrescono il mio nervosismo. Lo sapevo cazzo che alla fine sarebbe stato un problema in più incastrare sta cosa tra tutti gli sbattimenti di questo periodo, e poi quel mio amico là che doveva venire con me, e che mi ha convinto e gasato come al solito, se l’è pure presa in culo e non è riuscito a prendere i biglietti.

“Oh, pronto, mi senti? Tu hai fatto?”
“Si, sto facendo adesso la transazione con la carta di credito, un miracolo con la linea di merda che ho qui…tu?”
“No cazzo, non riesco, non mi fa acquistare; mi dice ‘biglietti non disponibili’ porca puttana, saranno passati 30 secondi…”
“Big delusion…”

Guidando tante, troppe cose, mi passano per la mente e si accavallano in modo confuso senza che io riesca a dare un ordine razionale ai pensieri mischiati tra loro dall’adrenalina da pre concerto.
Sto sempre così prima di un concerto, manco dovessi suonare io… Mi irrita il fatto di non riuscire a godermi qualcosa che desidero solo per le preoccupazioni e gli sbattimenti che mi porto dietro per altri motivi, e così – ovviamente – il tutto non può che peggiorare.
Premesse grigie.

Forse non sarei dovuto nemmeno venire a sto concerto, avrei dovuto girare i miei biglietti a quel mio amico là che almeno lui se li sarebbe goduti davvero. Per occasioni bisogna essere nello spirito giusto…però è anche vero che quando le cose si realizzano in modo così inaspettato e ‘semplice’, secondo me, un motivo c’è. Va bhe, staremo a vedere, tanto ormai il danno è fatto, inutile piangersi addosso, inutile rimuginare.

I chilometri passano ma la mia confusione mentale rimane invariata, l’agitazione e i problemi mi rimangono attaccati addosso e non riesco a farli scivolare via nemmeno a 140 con i finestrini abbassati.
Un’occhiata alla mia faccia pallida nello specchietto retrovisore.

Cazzo, ma da quando mi sono ridotto così? Da quanto non riesco più a sciacquarmi di dosso i pensieri che mi assillano? Mi ero promesso che non sarei mai e poi mai diventato uno che non era più in grado di godersi la vita.
Mi sta succedendo? Mi sta succedendo davvero? Cristo, sono talmente confuso che non riesco nemmeno a capire come sto. E poi a casa c’era un sole pazzesco mentre qui sto entrando nel grigiume autunnale di sta pianura del cazzo, che a me fa cagare il piatto. O mare o montagna, le vie di mezzo non hanno senso.
Dai però, basta lamentarti adesso, che almeno ste tre ore di viaggio son passate adesso ci si sgranchisce un po’ le gambe. Quando si hanno le palle girate la peggior cosa che si possa fare è stare fermi.

Cerco di ripigliarmi dal flusso di pensieri autostradali e di percorrere le strade di Cesena, non ci sono mai stato a Cesena, ma in fondo nemmeno adesso ci sono. Parcheggio con le quattro frecce davanti alle biglietterie dell’ippodromo, ritiro i biglietti e mi faccio imbraccialettare. Chiedo a un ragazzo della sicurezza dove secondo lui è più comodo parcheggiare per andare fino al palazzetto dove si terrà il concerto.

“Dio bò, il palazzetto è lá, saran 200 metri, per parcheggiare trovi sicuro…”
Non posso che sorridergli un po’ perplesso, risalire in macchina e dirigermi verso la direzione da lui indicata.

L’atmosfera è surreale, davvero surreale. Fin da subito. Parcheggio a praticamente 50 metri dall’ingresso del palazzetto e mi guardo intorno. Manca poco più di un’ora all’apertura dei cancelli, i posti auto liberi sono tanti e le persone in giro davvero poche. Il palazzetto in se mi sembra piccolo, davvero troppo piccolo, per un concerto del genere. Ok, qualche birra, due chiacchiere con dei local dal ‘piede barcaiolo’ e qualche ora più tardi sto varcando i cancelli del Carisport di Cesena.

I nervi si sono un pelo calmati e la situazione è sempre più surreale.

Accedo al partere e realizzo davvero l’entità della cosa, mi sembra di essere nella palestra del mio liceo. Chissà se esiste ancora. Bello quando si suonava là… Mi bevo un’altra birra aspettando sotto al palco che le luci si spengano. Dò un occhio ai piccoli spalti tutt’intorno che piano piano si riempiono. Un migliaio di persone? Forse, più o meno. Cazzo, siamo davvero in pochi. Mi pare assurdo…e se fosse tutto un fake? Ma no dai, è solo la presa male paranoica che non riesci a staccarti di dosso certo però, che sembra tutto così strano.

Buio.

Inizio subito a cantare e urlare. Le prime due canzoni sono uno sfogo verso qualcuno e verso qualcosa che si trova al di là del palco, molto più in là, anche se non riesco a capire esattamente dove. Urlo, urlo tutta la mia rabbia, il mio rancore, la mia invidia e la mia stanchezza. Poi mi calmo. Mi libero.

Lascio andare.

It’s times like these you learn to live again It’s times like these you give and give again It’s times like these you learn to love again It’s time like these time and time again

Cristo santo, canto e sto piangendo. Non me ne capacito, mi asciugo le lacrime mentre agito l’altra mano. Credo che la ragazza vicino a me se ne sia accorta. Chi se ne fotte in fondo.
Eppure una cosa del genere non mi era mai successa, eppure questa canzone è perfetta, qui e ora.

Il concerto fluisce come Dave Grohl sa fare in modo che accada. Tra un rush di canzoni che ti tolgono il fiato e qualche battuta. Il clima però, quello è diverso da tutti gli altri concerti dei Foo Fighters che io abbia visto (4 eh, mica mille…) sembra più di essere a un ‘party’, con Dave che ci trascina in una breve storia del rock con cover dei Rush, Queen, Rolling Stone e quando si rivolge a Pat Smear con un chiaro “give ‘em some fucking punk” le radici del chitarrista impongono potenti le note di God Save the Queen.

Insieme a quelle di Pat Smear anche le mie di radici, quelle più profonde, e ormai quasi dimenticate, tornano a pompare linfa vitale ricordandomi quanto possa essere fottutamente sano concedere loro un po’ di libertà ogni tanto.

“This is a revolution” aggiunge Dave Grohl rendendo onore a Fabio Zaffagnini, il ragazzo che insieme ai 1000 e a Rockin’1000, ha reso possibile tutto questo e che è invitato a salire sul palco e sedere sul ‘Trono del Rock’ appositamente costruito per Dave e la sua gamba rotta che dà nome al tour. È vero, penso. Vero per quello che sta accadendo qui, dentro e fuori di me.

Penso che i sogni stasera sono più vicini e tangibili che in altri momenti di merda della vita di ognuno di noi e che cazzo, sarà un pensiero banale, ma il rock – come i sogni – non morirà mai finché qualcuno avrà le palle di crederci e di entusiasmarsi per quello che sta facendo. Che poi, l’entusiasmo non è mai banale. Il rock trascende la musica lo sapevo, solo che adesso lo sento. E’ ben diverso.

Due ore e mezza e una trentina di canzoni volano. Sudo come se stessi correndo ad agosto provato dal caldo e dall’afa. In una parola stravolto. Mi chiedo se anche questa volta i Foo Fighters avranno le palle di chiudere come gli ho sempre visto fare, con la classe che li contraddistingue. Everlong e poi, grazie. Ciao. Un inchino tutti insieme. Fine.

Ho il culo di alzare la testa nel momento in cui vengono lanciati i plettri di Pat Smear . Mi chino e con calma ne raccolgo uno da terra. Apro la mano e su di esso vedo disegnata una piccola fenice. Stringo di nuovo – forte – e esco dal palazzetto.

Mi dirigo al furgone, fumo una sigaretta. L’ultima. Il motore parte, buon segno. La strada è lunga, è ora di andare.

It’s times like these you learn to live again It’s times like these you give and give again It’s times like these you learn to love again It’s time like these time and time again.

Ps: a ‘sto giro devo fare dei ringraziamenti, che a me di solito piace fare di persona ma in questo caso mi va di farli anche qui.

Grazie al mio amico Degio, per la persona entusiasta che è, per la voglia di sognare e credere che lo contraddistinguono e anche per la voglia che ha di tenere duro e di non perdere questa sua qualità. Grazie davvero per questo regalo.

Grazie ad Alessandra, per essere stata con me e aver condiviso un momento come questo. Nel bene e nel male…

Grazie alle luci fioche del palazzetto che mi hanno fatto scambiare il pappagallo disegnato sul plettro per una fenice. È stato un gran bel momento, anche se in realtà la fenice non c’è mai stata. Ma d’altronde si sa, le fenici non esistono.

Illustrazione di Luca Albrisi

(06/11/2015) – ©2015 OnDetour – Tutti i diritti riservati

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Luca Albrisi

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