Report Live dei Kylesa, band americana dalle forti caratteristiche stooner-rock, a Milano.

Il Lo-Fi si presenta al nostro arrivo sinistro e esoterico. Un vuoto fumoso e un cupo sottofondo dark ambient gracchiato dalle casse, elefantiaco e ossessivo, ci divide dal basso palco, su cui spiccano due batterie identiche. La doppia sezione ritmica è una delle diverse bizzarrie dei Kylesa, complesso americano dalla sfuggente categorizzazione e fatto rientrare per comodità nell’ambiente stoner/sludge e nella moderna psichedelia. E’ l’unica data italiana per il quintetto della Georgia, in Europa a presentare l’ultimo e convincente Ultraviolet, forse più “morbido” dei precedenti ma comunque denso, ricco di echi, effetti, riverberi innestati sopra la consueta attitudine sludgecore.

Li affiancano due giovani opening act, i Jagged Vision e i Sierra. I primi, norvegesi, ci offrono una buona mezz’ora di sludge/hardcore diretto ed energetico, in cui ci espongono il loro disco di debutto Harvest Earth. Veloci, groovy e senza fronzoli, si muovono con disinvoltura sul palco fronteggiando spesso le prime file, che rispondono adeguatamente. I canadesi Sierra, invece, ci mostrano uno stoner/progressive più riflessivo e atmosferico, vagamente settantiano. Le lunghe composizioni del terzetto, anch’esso al debutto discografico con Pslip, sono amabilmente retrò e si fanno apprezzare, seppur senza mostrare nulla di particolarmente innovativo e lievemente penalizzate dai suoni un po’ confusionari e ovattati.

Quando è ormai mezzanotte passata giunge il momento dei Kylesa, che spendono oltre un quarto d’ora per la laboriosa preparazione del palco. La cantante e chitarrista Laura Pleasants si presenta con ben due pedaliere cariche fino all’orlo di effetti (vien da chiedersi se li userà tutti e come faccia a non entrare in confusione!), e non meno attrezzato è il collega Phillip Cope, anch’esso con un enorme distesa di pedali per chitarra ai piedi. Tra la sua strumentazione anche un theremin (e effetti pure per esso).

All’alzata del sipario, il sound della band non è confusionario come ci si aspetterebbe. Sebbene non troppo spacca-colli, è comunque potente, denso e definito. La setlist risulta piuttosto equilibrata, pescando da quasi tutta la ultradecennale carriera della band ma concentrandosi soprattutto sugli ultimi tre lavori, cioè Static Tensions (2009), Spiral Shadow (2010) e ovviamente l’ultimo Ultraviolet. Essendo ormai da un paio d’anni orfani di una tastiera in sede live e con un batterista ormai stabilmente impiegato al basso (il che significa ben TRE batteristi in formazione, tecnicamente), i Kylesa sono in qualche modo costretti a puntare sull’impatto, sebbene non rinunciando del tutto al loro caratteristico sound stratificato. La doppia batteria in questo senso li aiuta molto, insieme all’efficacie cantato hardcore di Cope. Un po’ meno convincente, il cantato della Pleasants, che tende un po’ a scomparire. A garantire l’impressione psichedelica, le luci multi- colori e le incursioni atmosferiche in theremin di Cope.

In tutto ci intrattengono per poco più di un’ora, breve encore compreso, in cui i Kylesa dimostrano di aver raccolto un buon seguito nel Bel Paese. Il Lo-Fi è quasi gremito e il pubblico “specializzato” dei maniaci di stoner, sludge e psichedelia se ne va con vinili di Time Will Fuse Its Worth sotto braccio. Non posso fare paragoni con le precedenti (e frequenti) calate italiche, né confutare le critiche che circolano sulla qualità della performance del quintetto statunitense: ciò che ho visto è una band piuttosto in forma e fiera del proprio status di band di culto, underground e in fuga dalle stringenti categorizzazioni. Sotto il palco, c’era di che scapocciare e di che godere, per quel che mi riguarda.

Servizio di Alessandro Dragoni
Foto di Andrea Reggioli

(29/01/2014) – ©2014 OnDetour – Tutti i diritti riservati

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