Ty Segall sembra genuinamente appassionato alla musica, al suono, alla gente, è autenticamente naive, se ne sbatte se il suo sound va o andrà di moda.

Non so quanto resterà di questo entusiasmo una volta che sarà svanita la foga del momento. Non so nemmeno se sia tutta genuina o se sia solo frutto di una momentanea esaltazione adolescenziale, del contrasto con la delusione del Rock in Idro del giorno prima, in cui i Queens of the Stone Age sono scappati via dopo poco più di un’ora e dieci di esibizione, o del fatto che sono tornato a casa con un vinile autografato sotto braccio. In ogni caso, mi fischiano ancora le orecchie a distanza di giorni, e questo è già di suo un ottimo motivo per andarsi a vedere Ty Segall.

Appena arrivati l’abbiamo trovato lì, al banchetto merchandise insieme al fidato Mikal Cronin, intento a far foto e a firmare dischi. Ty è un ragazzone dall’aspetto quasi timido, gentile. Ci scusiamo per essere i miliardesimi a disturbarlo con firme e foto e lui ci fa un mezzo sorriso e risponde “no problem” con una stretta di mano. Cronin invece è un hippie dall’aria svagata e una selva di capelli. Pure lui un anti-rockstar, pure lui con l’aria di esser capitato un po’ per caso nel fosco hinterland milanese, così lontano dalla sua assolata California. Sotto un cielo che minaccia pioggia, intanto, arrivano gli His Electro Blue Voice. In tre, italianissimi, ci sputano addosso il loro noise ipnotico e incazzato, fatto di composizioni lunghissime e ossessionanti. Nei tre quarti d’ora abbondanti in cui ci tengono compagnia ci tatuano addosso quello che sembra sempre lo stesso riff, un mantra tenebroso accompagnato da riverberi elettrici, feedback e rabbia punk. Ci lasciamo cullare e massacrare con piacere. Quando giunge il tempo di Ty Segall, non ci stupisce vederlo salire sul palco a montare da solo l’attrezzatura insieme al resto del gruppo. Niente orpelli: un fuzz è l’unico effetto che userà (meglio dire tormenterà) durante il concerto. Bastano circa trenta secondi di esibizione e già è chiaro che nei prossimi due giorni almeno la gente avrebbe dovuto urlarmi in faccia per farsi sentire. La performance è, senza mezze parole, un orgasmo di rumore, sudore, chitarre e fuzz. I pezzi sono brevi, intensissimi, con pochissime pause. Ci vengono sparati addosso da un Ty Segall mai fermo e mai domo: si agita, sembra voglia mangiarsi la chitarra, gli si stacca la tracolla e non gliene frega di niente se non di spararci addosso watt e farci fare casino. Rock’n’roll e punk autentico. Garage. Inutile che vi citi la scaletta, perché non sarebbe rilevante. Potrei dirvi che sì, c’era Girlfriend, sì, c’era Thank God For Sinners, ma che cambia in fondo? Il concerto, di circa un’ora e poco più, è stato un blocco unico di rumore. Il miglior rumore possibile, quello che ti fa venir voglia di saltare e sudare. Senza pretese, soprattutto: Ty Segall non sceglie una posizione da primadonna, si decentra, si divide il palco con l’amico Cronin e sembra autenticamente divertirsi. Quando un fan con tanto di vinile in mano riesce a salire sul palco e gli mette una mano sulla spalla saltando, il biondo cantante sembra perfino dispiacersi dell’arrivo del bodyguard per portarlo via. Ciò che conta è fare casino e che ci divertiamo, sembra dirci.

La bellezza di questo live sta principalmente in questo. Ty Segall sembra genuinamente appassionato alla musica, al suono, alla gente, è autenticamente naive, se ne sbatte se il suo sound va o andrà di moda. L’importante è che venite a spaccarvi le schiene e le orecchie, sembra dirci.
Mi fischiano le orecchie ma sorrido così tanto da temere una paresi facciale.

Servizio di Alessandro Dragoni

(03/06/2014) – ©2014 OnDetour – Tutti i diritti riservati

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