I Bud Spencer Blues Explosion, Adriano Viterbini e Cesare Petulicchio, approdano sulle rive del lago di Como per il tour di presentazione del disco BSB3.
Bud Spencer vs Don Abbondio
“Quel rock del lago di Como, che volge a mezzanotte, tra due catene di accordi non interrotte, tutto assoli e groove, a seconda dello spingere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, ad accelerarsi, e a prender corso e figura di un fiume sporco di suoni devastanti, tra un promontorio di stoner-riff ruzzolanti di chitarra a destra, e un’ampia costiera di macerie e detriti lasciati dalla batteria dall’altra parte…”
La manzoniana citazione era doverosa vista la location che ha ospitato, tra gli altri, i Bud Spencer Blues Explosion (Adriano Viterbini e Cesare Petulicchio), approdati sulle rive del lago di Como per il tour di presentazione del loro terzo disco “BSB3”, album che li conferma una delle più felici realtà dell’ alt-rock italiano. Alle ventidue e quaranta dell’ultimo sabato d’agosto, accanto al tempio voltiano, il duo romano ha iniziato a menar colpi di sano blues rock stoner, alzando uno tsunami di suono che si è rovesciato su un pubblico numeroso, mentre sullo sfondo si levavano, diventandone l’involontaria coreografia, i fuochi d’artificio partiti dalla fontana di Villa Geno.
Nel sound della band ritroviamo una chiara matrice blues, sottolineata dall’uso di due splendidi esemplari di Gibson 335 e da una Teisco, con cui Adriano Viterbini ha affrontato i vari registri di brani come Frigido, di chiara radice hendrixiana; Mi sento come se dove la citazione degli Zeppelin emerge prepotente, per rimanere quiescente nel tiro più crossover di Giocattoli o di Duel dove la chitarra ricorda un Tom Morello di altri tempi. Riff zeppeliniani ritornano come fiumi carsici in altre occasioni, per trasformarsi in caustici blues elettrici come nel brano Più del minimo, accompagnati da linee vocali, spesso essenziali, che scagliano testi in italiano – forse unico limite della band per un riconoscimento internazionale – nella ridda di suoni di chitarra e batteria, orfane, ahimè, di un basso che rimane innominato.
Ma nei Bud Spencer Blues Explosion non c’è solo questo: è un vero e proprio sincretismo sonoro quello che unisce le detonazioni stoner di Rottami alle allucinazioni tuareg che incontriamo in Camion, attraverso un deserto di scale armoniche minori alla Bombino. All’orizzonte si possono intravedere un po’ di Black Keys in Miracoli e sentire in lontananza la pelle tirata di un rullante che fa eco agli Helmet, a cui risponde il tapping percussivo della chitarra che, sometimes, fa le veci del basso; ma un deserto che si rispetti non è tale se oltre al peyote non si incontra una sonorità alla Queens Of The Stone Age e alla Kyuss di Welcome to sky valley.
Ora a causa della leccata di peyote che hai dato ti vedi costretto a parcheggiare il tuo camion in una stazione di servizio in mezzo al deserto, dove un uomo ti dice che, Hey Man, dentro ci sono i Pearl Jam a cui devi il bicchiere della staffa, ma entrato ti trovi appoggiato a un bancone sudicio e frusto con Black Keys, White Stripes e The Kills che parlano del messia del grunge Kurt Cobain, allora incredulo ti siedi e senti Hey Boys Hey Girls dei Chemical brothers rifatta in salsa rock. A quel punto non puoi che rialzarti per pogare, senza accorgerti che dietro al bancone, a servir whiskey, c’è Robert Johnson che ride di te per non averlo riconosciuto…
Servizio di Andrea Olivo
Foto di Andrea Butti
(04/09/2014) – ©2014 OnDetour – Tutti i diritti riservati
Scrivi