Per il loro ritorno a Milano, i Calibro 35 hanno scelto l’Arci Biko.
Piccolo circolo in zona Barona, nascosto dietro un cancello blu e a malapena visibile tra la selva di portoni, ti accoglie con uno stretto tunnel al termine del quale si officia il rituale della tessera; poi subito il palco, che è basso, senza filtro e senza barriera alcuna tra il pubblico e gli artisti, com’è giusto che sia.
Che questa serata non sarà routine lo si intuisce subito, anzi, già prima di arrivare. Qui i Calibro 35 cominciarono la loro avventura nel 2008 (sebbene non fisicamente qui: nel frattempo il Biko ha cambiato location), e qui, dopo aver calcato i palchi di tutto il mondo e essersi guadagnati lo status di band di culto, sembra naturale ritornare. Milano è la loro città ed è la città in cui buona parte dell’immaginario cinematografico da cui traggono linfa vitale è ambientata. Queste serate, perciò, hanno il profumo del ritorno a casa e, perché no, dell’autocelebrazione. Che è perdonabile, per una band nata per essere a sua volta celebrativa. Funk, R&B e soul sono nel DNA del quartetto milanese, e lo sono anche del Biko, che mi accoglie fin da subito con le note di Ohio Players e Bo Diddley. Il locale si riempie a poco a poco e i fan che sono stati più rapidi a prenotarlo ritirano il vinile trasparente di Traditori di tutti. Nel frattempo, quasi senza farsi vedere, esce un ometto bizzarro dai capelli bianchi pettinati alla David Lynch e basette alla Isaac Asimov. E’ Vincenzo Vasi, ospite d’onore della serata e virtuoso del theremin. Sì, proprio quello strumento strano che si suona muovendo le mani per aria: era lì sul palco e quasi nessuno ci aveva fatto caso, proprio accanto alle tastiere di Enrico Gabrielli. La sua musica è “fantascientifica” e bonariamente astrusa, vagamente irreale e aliena come lo è d’altronde il suono del theremin, unico protagonista fatta eccezione per i bizzarri interventi vocali, fatti di urla e gorgoglii non-sense. Il risultato finale è un one-man show assolutamente fuori da ogni schema. Il pubblico è un po’ spiazzato ma apprezza: dopotutto il Vasi è chiaramente padrone del suo bizzarro strumento, e la performance è piacevolmente sui generis.
Sono le ventitrè, circa, quando i Calibro 35 escono finalmente dal backstage e imbracciano gli strumenti, tra il giubilo dei presenti. La prima parte della scaletta è “regolare” e mostra immediatamente l’ottimo livello di forma di Gabrielli e soci: il sound è avvolgente, caldo e preciso. Impossibile stare fermi, specialmente sulla recente Giulia Mon Amour, Uh Ah Brr e Eurocrime!. Dopo qualche canzone però è già tempo di ospiti: una sottile figura femminile dagli occhi enormi sbuca dal buio. E’ Serena Altavilla, cantante di Baby Blue e Mariposa, in una mise da vocalist anni Sessanta. Come risaputo, i pezzi cantati vanno cercati con la lente d’ingrandimento nella discografia e nell’attività dei Calibro 35, per cui è naturale aspettarsi qualche chicca. La voce fatua e fascinosa dell’Altavilla ci fa riscoprire dunque Cinque bambole per la luna d’agosto, Tutta donna di Lola Falana e Quei giorni insieme a te di Ornella Vanoni.

Finito il siparietto, insolito per i Calibro 35 e molto apprezzato, è tempo di passamontagna. Introdotti dalla mitica citazione tratta da La banda del gobbo, quella di Tomas Milian che cita Venditti per intenderci, i Calibro 35 tornano momentaneamente in formazione canonica con le nuove Stainless Steel e Traitors, nonché la più antica Summertime Killer, per poi richiamare il secondo ospite, che, manco a dirlo, è proprio Vincenzo Vasi. Con il suo theremin e il suo cantato schizofrenico otteniamo due belle chicche: una è tratta dalla soundtrack de Il gatto a nove code di Dario Argento, l’altra è la cover di un antichissimo e insospettabile pezzo in inglese di Riccardo Cocciante, Rhythm, del 1971 (e registrato a nome Richard!). Poi, di nuovo Calibro 35 in quartetto “ordinario”, a regalarci un meraviglioso trittico finale composto da Convergere in Giambellino, Milano Calibro 9 e Notte in Bovisa. Non può che essere un bluff però: poco dopo i quattro risalgono insieme a entrambi gli ospiti per proporci un altro paio di sorprese (graditissime). Una è Mah-Nà Mah-Nà di Piero Umiliani, celeberrima e azzeccata, l’altra è un medley piuttosto lungo che comprende grossomodo tutti i brani della colonna sonora di Profondo Rosso.
Con l’epica cavalcata dei Goblin tratta dal capolavoro di Dario Argento i Calibro 35 ci lasciano. Il giorno seguente ci sarà la replica con Roberto Dell’Era, bassista degli Afterhours. Mi avvio all’uscita e già mi pento di non aver prenotato il biglietto anche per domani. E di non tornarmene a casa con quel maledetto vinile trasparente. Poi accendo la mia banale Seat Ibiza del 2008 e fantastico su quelle sirene in lontananza, immaginandomi un inseguimento epico sulla tangenziale est, con vecchie Alfa Giulia anni Settanta a sirene spiegate dietro a un imprendibile BMW come in Milano odia. Intanto canticchio il tema di Italia a mano armata del maestro Micalizzi e me ne vado col sorriso sulle labbra.

Servizio di Alessandro Dragoni

(24/03/2014) – ©2014 OnDetour – Tutti i diritti riservati

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