Agli artisti piace senza dubbio dirsi trasversali e contaminati, ma le Sacerdotesse in realtà ci azzeccano di più quando, poche righe prima, dichiarano di fare punk moderno (italiano e in italiano, se mai ci fosse stato bisogno di rimarcarlo). Post-punk più che altro alla resa dei fatti, con gli anni Novanta e i Verdena ben piantati in testa.
Tutto è breve, piuttosto gelido nelle atmosfere, malinconico nell’umore (per citarli in Polizia: “la malinconia mi porta via”) e punk negli arrangiamenti scarni e nel cantato sofferto e minimale, fatto perlopiù di frasi ripetute all’infinito come salmodie e di (finta) ingenuità alla Tre Allegri Ragazzi Morti. Un disco che vive di paesaggi crepuscolari, quasi sussurrati e suggestivi (Le persone, Sorpassati da tutti), di qualche sfogo che cede al rumore (L’incoerenza della scienza) e di passaggi più compatti (il singolo Tutto di corsa, quasi title-track), ma nel complesso piovoso, autunnale, riflessivo, sospeso tra chitarre esili e volatili e improvvisi e densi guizzi elettrici. È il punk di Sebadoh e Dinosaur Jr. in poche parole, quello della disperazione, dell’impotenza; non della rabbia pura, ma di echi e rimpianti. Tutte prerogative che le Sacerdotesse sembrano aver fatto proprie: ce le riversano addosso senza ingenuità di sorta e con una vena di indiscusso fascino decadente.
Servizio di Alessandro Dragoni
(12/01/2015) – ©2015 OnDetour – Tutti i diritti riservati

Scrivi