La Verdi suona Beethoven. La Nona Sinfonia: quando la musica è ancella di un messaggio di fratellanza per i popoli, mai così attuale come ora, due secoli dopo la sua prima.
La sera del 25 maggio 1824, il contralto Carolina Hungher si avvicinò al direttore d’orchestra e lo fece voltare verso un pubblico plaudente. L. V. Beethoven aveva appena finito di dirigere la sua ultima sinfonia: la Nona. Era praticamente sordo, ma chi lo vide dirigere raccontò che sembrava volesse suonare tutti gli strumenti e cantare per conto del coro. In realtà l’audizione della Nona Sinfonia ebbe come direttore ufficiale il maestro di cappella Michael Umlauf, al cui fianco svettava l’ombra gigantesca del compositore a cui andarono tutti gli applausi di una folla in delirio.
A distanza di due secoli la Nona è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco, oltre a essere la sinfonia più nota al mondo. Scelta dall’orchestra Verdi di Milano, condotta magistralmente dal maestro Oleg Cateani, per salutare il nuovo anno, è stata suonata per ben quattro serate di fila tra il 29 dicembre e il primo di gennaio, facendo il tutto esaurito all’auditorium di Largo Mahler a Milano; segno del grande interesse che ancora permane intorno alla musica classica. Accanto al direttore d’opera e di concerto, il Coro Sinfonico di Milano G. Verdi sotto la direzione del maestro Erina Gambarini.
L’aspetto rivoluzionario di questa sinfonia è da ricercarsi nell’introduzione della voce umana in un genere a quei tempi unicamente strumentale. Definita “sinfonia nella sinfonia”, la Nona è divisa in quattro tempi, somiglianti a un viaggio dantesco prima di poter assurgere ai Campi Elisi, accesso ai quali è consentito solo dopo la presa di coscienza della necessità di un rinnovamento morale, dove la gioia dell’inno rappresenta il “motor immobilis” della fratellanza universale. Beethoven volle fortemente inserire la poesia di Friedrich Schiller, non senza intervenire con una interpolazione iniziale. Il viaggio a cui l’ascoltatore è chiamato – e con lui l’umanità intera – dev’essere colto in una chiave ontologica che trascende la musica stessa fino a spingersi a una catarsi finale nella “melodia della gioia”.
Il primo movimento è una tempesta, dove ci si trova smarriti in balìa delle onde con un senso di vuoto nello stomaco, frutto di un artificio armonico, qualcosa manca; ma la consapevolezza del cosa è privilegio solo del musico. Dall’abisso del re minore emerge il tema come un leviatano che dimena la coda per poi mutare pelle in tonalità maggiore, e tornare nello scherzo del secondo movimento dove siamo inseguiti da demoni agitati in tempo triplo, marcato dal ritmo propulsivo dei timpani che ci spinge in una fuga iniziale. E dopo tanto correre troviamo rifugio nella bellezza nostalgico- malinconica dell’adagio del terzo movimento lento e lirico, come all’interno di un limbo nel quale sembra possiamo ritrovare la pace perduta fino al risveglio suonato dalle fanfare a cui rispondono le ottave dei violini. Ma quando proviamo a oltrepassare il limes del quarto e ultimo movimento, troviamo a guardia dei cancelli i contrabbassi e i violoncelli con il loro recitativo da interpretare come un monito a liberarci delle ombre dei primi tre movimenti che ancora ci portiamo dietro. Il tema costituito dalla melodia della gioia dopo essere stato suggerito dalle ottave più basse dei contrabbassi viene ripreso dall’orchestra sola con una serie di variazioni. Interrotto dalla voce del baritono a cui risponde prima il coro e poi l’orchestra tutta, insieme alle voci soliste; esso viene rilanciato in un giubilo sinfonico collettivo dove la gioia è invocata come una dea; punto d’arrivo dell’umano sentire, proclama dell’umana armonia e messaggio di fratellanza universale al mondo intero a cui va questo bacio.
Finito il concerto il pubblico dirompe in un applauso meritato, mentre sul bocca scena sfilano i cantanti solisti tra cui il baritono Rudolf Rosen e il soprano Meeta Raval, l’orchestra è in piedi omaggiata dalla folla e il direttore ringrazia.
Esco dall’auditorium pieno di entusiasmo, intonando O Freude tra lo sciamare della folla che si dirige all’ uscita, ordinata e ossequiosa come dopo un rito, quasi uscisse da un tempio sacro. Una volta fuori, ricevo un volantino sul quale leggo che la Verdi è a rischio di chiusura per mancanza fondi non corrisposti dallo stato. Mi fermo per un attimo infinito mentre le mie labbra pronunciano: “Nicht diese Tone”, no non questi suoni vorremmo sentire, ma intoniamone altri, più piacevoli, e più gioiosi.
Freude! Freude!
Servizio Andrea Olivo
Foto LaVerdi
(07/01/2015) – ©2015 OnDetour – Tutti i diritti riservati

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