Report live del concerto de Le luci della centrale elettrica di Vasco Brondi al Teatro Sociale di Como.

Sul palco dell’arena del teatro sociale, situato nel centro storico di questa piccola città borghese e bigotta, atterra da uno spazio periferico fatto di stelle di stagnola e nebulose chimiche, un teatro di suoni ferocemente melodici e di parole consumate nei motel della periferia. Il capo comico, Vasco Brondi e Le Luci della centrale elettrica, dotato di basette foscoliane e una chitarra argentata da il benvenuto a un pubblico di trecento persone, per la maggior parte composto da ragazzi e ragazze poco più che ventenni che si accalca sotto il palco lasciandosi alle spalle un ampio spazio d’asfalto, vera e propria metafora della distanza che intercorre tra la generazione “di questi cazzo di anni zero” e quella di adulti che non provano neanche più a comprenderne il linguaggio e le aspettative.

E allora venghino signori venghino, sembra dire il nostro cantastorie, perché c’eravamo abbastanza amati, ma mai quanto Gassman, e in fondo la catastrofe ci è cara se, come MacBeth, abbiamo paura di un futuro irrevocabile, perché sarà nella sua nebbia che “aspetteremo la notte” per vedere le stelle di un firmamento di plastica e incontrarci in un bar sulla via lattea in ogni città per ascoltare un blues del delta del Po. Testi che sono istantanee di stati d’animo, di viaggi esteriori e interiori che diventano l’involontario affresco decadente di una generazione precaria, cresciuta su face book dove anche d’estate si sente una solitary beach.

Il concerto di Vasco Brondi e Le luci della centrale elettrica prosegue tra un padre nostro dei satelliti che a 40 km guarda un’Emilia paranoica e canzoni che come costellazioni illuminano realtà quotidiane e provinciali, a volte crepuscolari dove chiunque, nei personaggi delle canzoni – maschere pirandelliane ante litteram dell’autore – può trovare un po’ del proprio vissuto; l’insofferenza che ne emerge diventa un moto propulsivo per una danza macabra su beat elettronici che caratterizzano l’ultimo album che esce dalla dimensione più monolitica dei precedenti, gli accordi sono tre e sono le micce per flussi di parole che danno vita ad una scrittura immaginifica, carsica e solo apparentemente sconnessa, figlia di una dimensione allo stesso tempo viscerale e artigianale. Incursioni di chitarra elettrica si inseguono su brughiere   di accordi, mentre le ottime percussioni caricano i riff e le emozioni fino a farle deflagrare in cori e distorsioni come burrasche violente e bombe al fosforo, ma quando l’onda d’urto dei suoni si ritrae, sulla battigia quello che rimane è la schiuma di mare lasciata da un violoncello, vero fil rouge di tutta la narrazione, come spettatore inconsapevole dell’allegria di un naufragio emozionale.

Come personaggi in cerca d’autore disillusione, rassegnazione, rinascita perpetua, equilibrio precario, stati d’animo universali dalla periferia al centro salutano un pubblico partecipe, mentre le luci si accendono e i fumi dell’ex polo industriale Montedison si dissolvono sotto il suono di un applauso meritato per un spettacolo ben riuscito, perché a stonare stavolta non è la voce di Vasco Brondi, ma l’organizzazione troppo autoreferenziale del teatro sociale che se vuole promuovere eventi come questi, prima deve imparare a comunicare con il suo pubblico che a volte va a letto vestito, come Mozart da giovane.

Servizio di Andrea Olivo

(14/07/2014) – ©2014 OnDetour – Tutti i diritti riservati

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