Report del concerto degli Afghan Whigs al Live di Trezzo dull’Adda.
Non ci si poteva di certo affidare al caso o alle condizioni meteo, gli Afghan Whig erano un evento e tale doveva rimanere.

Decisione ampiamente anticipata, il live dall’estivo e scosciato Magnolia viene quindi prudentemente spostato al Live di Trezzo che, a prescindere dal meteo, risulta essere la scelta più sensata, soprattutto a beneficio del sound così prezioso e complesso della band.

Inevitabilmente il tutto diventa anche più intimo e “religioso”. Già dai primi minuti, infatti, si ha la netta sensazione di rivivere gli anni novanta, pochi fedeli servitori, reduci brizzolati dalla guerra post grunge, i nostalgici di quel che è stato, che se ne voglia o meno, uno dei periodi più travagliati a livello culturale ma musicalmente prolifico. Nessuna band di supporto perché nessuno, di emergente, avrebbe potuto introdurre in modo adeguato la grandezza di questa band, quindi eccoci alle 22:08 precise: l’anno zero.

Dulli e soci si presentano sul palco vestiti di nero e con una line up ripopolata, rimangono della vecchia formazione i fedelissimi Rick McCollum (chitarra) e John Curley (basso) che hanno scritto la storia della band e che nonostante gli anni siano passati anche per loro, impressionano con l’entusiasmo e la grinta che sin dall’inizio mettono in risalto. Acclamati all’unisono, basta sentire l’attacco di Parked Outside, pezzo di apertura del nuovo lavoro, per capire che non sarà un live come tanti altri ma qualcosa che sarà davvero da custodire per sempre. Le chitarre iniziano a corrodere! La band spinge subito a pieno ritmo, suoni ed esecuzione curati con una perfezione maniacale, guidati da quello che è il vero strumento principale della serata, la voce di Greg, che nonostante i chili in eccesso, raschia e taglia come una lama.. come vent’anni fa.

La prima mezz’ora è un assaggio dell’ultima fatica Do To The Beast, lavoro che nonostante il tempo passato, ha convinto da subito non tanto per la nostalgia accumulata, ma semplicemente perché un album simile non l’hai di certo sentito negli ultimi anni da nessuno, a livello di proposta musicale. Soprattutto perché il ritorno non è stato per compiacimento, presentando una brutta copia di quello che sono stati, ma un album intenso, pesante, vecchia maniera e mostrando di nuovo il loro lato musicale più tossico e psichedelico.

Si continua con John The Baptist, On The Corner e Royal Cream fino alla tanto attesa Gentleman, traccia che da il nome al loro riconosciuto capolavoro assoluto e che purtroppo durante la serata viene soltanto sfiorato di striscio. Davvero un gran peccato.
Black Love è l’unico album del passato che viene spolpato piano piano di tutti i suoi pezzi più belli, di particolare rilevanza l’esecuzione di My Enemy e Summer’s Kiss dove Dulli abbandona la chitarra per genuflettersi davanti al suo pubblico quasi per volersi scusare per il lungo silenzio di questi anni e per volersi in qualche modo nutrire di nuovo di quelle emozioni spalmate sul viso dei presenti, di quei pochi eletti. La chiusura del live viene affidata a Faded, un brano che ha davvero poco a che fare con lo stile degli Afghan Whigs, ma qui si cercava l’intensità e la quiete dopo una tempesta di post – garage durata un’ora e mezza, per salutare e ricordare, che loro sono tornati.

Un live intenso, con ritmi di scaletta serratissimi e con una capacità esecutiva e organizzativa davvero senza precedenti. Dulli & Co macinano riff dal primo minuto fino alla fine, senza sosta e mantenendo sempre un’intensità costante.
Un live che non si poteva perdere, perché di fronte a band del genere, ormai, è sempre più difficile trovarsi. Band che amano e rispettano talmente tanto la musica da non presentarsi di nuovo a mani vuote, ma con ancora tanto da insegnare o, aimè, da rimpiangere.

 

Servizio di Fabrizio Cuttano

(11/07/2014) – ©2014 OnDetour – Tutti i diritti riservati

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