I Girls in Hawaii tornano in Italia per un concerto durante il festival Elita del Salone del Mobile.

Partiamo dal presupposto che il Salone Del Mobile di Milano, sia cosa buona e giusta per tutti, una ventata di aria fresca per la città. Se in aggiunta, il tutto è accompagnato dalla musica dei Girls In Hawaii bè, per una volta, questa è magia. Ad ospitare Elita Festival 2014, questo mini party che vede sul palco i belga in apertura, Wild Beasts in seconda linea e in chiusura l’eclettica Joan As Police Woman, è il Teatro Franco Parenti di Milano in stile noir, percosidire. Si respira da subito un clima diverso rispetto ad al tri live, forse proprio per quella location che trasuda eleganza, arte, cultura e nello stesso tempo pregiata  trasgressione, per quella vena teatrale che ammanta la serata. Dopo circa mezz’ora di pace dei sensi (non proprio tutti considerato l’elevato pubblico femminile) dove in quel luogo e in quei minuti di attesa, i problemi e le preoccupazioni sembrano essere apparentemente svanite dai volti dei partecipanti, lontani ricordi, ecco salire sul palco i Gilrs In Hawaii accolti inizialmente in modo un po’ timido, ma che dopo poche battute riescono a scaldare anche i cuori più tiepidi. I giovani di Bruxelles accendono immediatamente la micciael’esplosionesonoranonsifa attendere. Apre le danze Sun Of The Sons, seguita a tandem da Grasshopper e dalla meravigliosa Birthday Call che mette in evidenza la grande capacità, mostrata sin dagli albori dai Girl In Hawaii, di miscelare la più passionale e malinconica chanson française alle sonorità psichedeliche del post rock moderno. Contemporaneamente, i pochi rimasti al bancone a bere, abbandonano chiacchiere e calici di birra, perché capiscono che gli scapigliati belga non sono il gruppo spalla, ma le più belle ragazze hawaiane della serata. Si passa dunque all’album d’esordio, dove schizzano fuori brani come Time to Forgive the  Winter, Casper e la splendidamente interpretata The Fog, il pezzo che meglio ha rappresentato l’idea e la fisionomia della band, oltre che al loro ottimo stato di salute. Everest non si fa di certo attendere con Misses, dedicata al fratello scomparso del cantante, non ché batterista originario e Not Dead cantata all’unisono, emozioni celebrali. We Are the Living azzecca, oltre l’aspetto musicale, una coreografia di luci davvero stupenda, sembra quasi un pezzo fatto per far sognare la new generation.  Senza pausa arriva il capolavoro sonoro, Rorscharch, un mix di psichedelia e sonorità campionate, suonata con un’intensità che solo ad alcuni poeti della musica è concesso, fino a Switzerland,ultimo singolo ufficiale dell’album. Ed eccoci al giro di boa finale con l’ormai collaudata e fantastica Flavour, miscela radioattiva di suoni e potenza che riesce, nonostante le innumerevoli esecuzioni, a coinvolgere più del solito anche gli stessi Girls In Hawaii che si lasciano trascinare in una digressione finale così assurda da ipnotizzare i presenti, nonché il sottoscritto. Insomma, non siamo qui a parlare di un fenomeno planetario, ma di una band rappresentante di un genere e di un attitudine “di nicchia”, di una band che sa comporre musica raffinata mantenendo, contemporaneamente, una vena punk nello spirito. Una band inoltre capace di mutare nel tempo, che ha saputo miscelare nuove influenze di album in album, mantenendo però quel suono e quella tendenza lo-fi distinguibile tra migliaia di altri gruppi. Peccato sfornino un album ogni quattro anni circa, ma si sa, il farsi desiderare, a volte, è un’arma vincente.

Servizio di Fabrizio Cuttano

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