Reportage doppio del concerto di Mac DeMarco al Circolo Magnolia (Mi), il 30 novembre 2014.

Servizio di Francesco Forzani

Cominciamo dalla fine: Mac De Marco & Co., acclamati dalla folla, tornano sul palco per il consueto bis e se la ridono sotto i baffi. Quello di Mac più che un sorriso è un ghigno, tipo stregatto ma con più spazio tra un dente e l’altro. A tratti quei ragazzacci sembrano usciti da un cartone animato americano anni ’90, con il loro out-fit stile Otto, l’autista di autobus de “I Simpson” e un sense of humor che ricorda molto quello dei protagonisti omonimi di un’altra storica serie TV, “Beavis e Butthead”.
Se la ridono, i quattro ciuccelloni, pregustando il sapore della bravata appena escogitata: una lunghissima reinterpretazione di “Enter Sandman” dei Metallica, ennesimo caposaldo della degradata cultura americana di fine secolo. Sembra uno scherzo, lo è, ma lo spirito del rock che fu, del disagio giovanile al tempo delle medie, fa capolino tra le barbe milanesi inumidite dalla pioggia, risvegliando gli animi dal tepore dei tempi moderni.

Mac De Marco va di moda, può darsi, ma non è frivolo; lo dimostra nella prima ora di concerto che vede susseguirsi una variopinta sequela di brani ricchi di contaminazioni, inframezzati da atti di pura demenzialità (notevole la versione improvvisata della sigla de “La Famiglia Addams”). I brani sono costruiti secondo un algoritmo ben preciso, che si ripete pressoché invariato: Mac DeMarco alla ritmica strimpella riff stuzzichevoli sui quali Andy White, seconda chitarra (si consiglia l’ascolto del suo progetto parallelo, i “Tonstartssbandht”), intreccia irresistibili arpeggi ispirati ad una vasta tradizione musicale che parte dai Velvet Underground e, passando per Knopfler, arriva sino ai remoti lidi dei Durutti Column. Basso e batteria accompagnano con devota dedizione e l’amalgama di tutti gli strumenti, infiamma il pubblico che danza, schiamazza, fischia e canta, sopratutto su brani manifesto come “Freaking out the neighboroud” e “Coocking up something good”. La spensieratezza però non esclude l’inquietudine; il timbro oscuro, profondo e maturo di De Marco contamina l’aria dello stesso grigiore newyorkese in cui la band è maturata. Brani come “Ode to Viceroy” e “Passing out pieces” rendono bene l’instabile equilibrio fra pazzia e allegria, racchiuso d’altronde anche negli occhi spiritati del carismatico cantante.

A ritroso nel tempo siamo giunti all’inizio: il concerto è appena cominciato, mi verso un po’ di rhum agricole nel bicchiere di coca e mi appresto ad assaporare, a piccole dosi, lo spensierato disagio di un’epoca che, purtroppo o per fortuna, non è andata perduta.

Servizio di Alessandro Dragoni

Ci sono pochi modi per descrivere Mac DeMarco senza rischiare di farlo apparire per più di quello che è. Dovendo scegliere alcune caratteristiche estetiche, potrei già far intuire molto ai lettori dicendovi che è canadese, biondo, che porta sempre un cappello da baseball e che sembra perennemente reduce da un college party a base di beer bong e bicchieri di plastica. Il bello è che potrei descrivere la sua musica più o meno allo stesso modo e avreste comunque capito il suo atteggiamento. Al limite potrei dirvi che oltre a essere reduce da un college party (reduce, nel senso che sembra uno che ha bisogno di riposare, mica di festeggiare ancora) si è pure dimenticato acceso il pedale del vibrato della chitarra.

Non sorprende affatto in ogni caso di trovare tanta gente a osservare le sue gesta qui stasera al Magnolia: il buon Mac è diventato una specie di profeta dell’indie da quando Pitchfork l’ha elevato a tali vette ai tempi del suo lavoro 2 (e parliamo giusto di un paio di anni fa), e da allora ha conquistato il pubblico con le sue canzoncine stralunate ma accattivanti, così cariche di riflessi e melodie assurde. Né sorprende di trovare accanto a lui una band di individui altrettanto scoppiati e biondocriniti da nordici doc e numerose lattine di birra.

Mac DeMarco sul palco fa il cazzone e gli riesce pure bene, tra un sorso di birra, battute biascicate tra un pezzo e l’altro e reiterate cover del tema della Famiglia Addams. Eppure, poi così imbecille non è, perché i suoi pezzi li esegue con la perizia del professionista e fa godere tutti i presenti con una selezione tratta in buona parte dall’ultimo Salad Days e da 2. Proprio con la title-track dell’ultimo lavoro esordisce e il Magnolia è subito invaso di echi, strane chitarrine un po’ hawaiane e melodie sghembe. Ci sarà tempo poi per le più vecchie The Stars Keep On Calling My Name, Cooking Up Something Good, Ode to Viceroy, o le recenti Blue Boy, Let Her Go e Brother, fino a chiudere con una dilatata Still Together. Chiudere per modo di dire: Mac e la sua band rientrano per un paio di idiotissime e apparentemente improvvisatissime cover di classiconi quali Enter Sandman e Smoke On the Water eseguite a volumi e distorsioni improbabili, quasi che vogliano redimersi del fatto di essersi presi fin troppo sul serio fino a quel momento.

Non si riesce mai a capire quando Mac DeMarco c’è o ci fa, ma chissenefrega in fondo. (Auto)ironico e allucinato, scoppiato quanto basta ma non abbastanza da storpiare le sue canzoni (che invece rendono davvero a meraviglia anche live), lascia l’Italia con una scia di risate e balletti lenti lenti e scoordinati. E a quanto pare l’eco di una sbornia colossale da lui stesso annunciata e a cui pure i presenti sono stati invitati a partecipare.

Cerco testimoni che me lo possano confermare.

Foto di Matteo Cavalleri

(04/11/2014) – ©2014 OnDetour – Tutti i diritti riservati

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