I Quiet Confusion, veronesi, nascono nel 2009, e Commodor è la loro seconda fatica discografica.

La prima, Jungle, è datata 2011, e ci mostra una band pronta a farsi largo col coltello tra i denti senza troppi sotterfugi: c’è molto hard rock settantiano (citano Hendrix nella loro biografia, ma io ce li vedrei meglio dalle parti di Grand Funk e Bachman-Turner Overdrive), un po’ di funk (rock, alla maniera di 311 e RHCP), proprio una spruzzata di garage per dare più pepe e, soprattutto, i piedi ben piantati nel blues. Blues post- moderno, ovviamente.

Commodor riconferma quest’attitudine. Poche cazzate, tante chitarre e molta sporcizia. E’ giusto un po’ più “notturno”, fosco, e qua e là si fa vedere lo spettro dello stoner rock più grezzo, minimale e bluesy (chi ha detto Clutch?). C’è anche meno funk e un pelo più di Jon Spencer Blues Explosion. L’opener, Freakout, fa pensare all’hard blues dal sapore southern dei Gov’t Mule, così come Livin’ With the Sun (davvero Clutch- style il poderoso riff iniziale), mentre ammetto che l’intro di Blood Flow mi ha ricordato certi Queens of the Stone Age. C’è poi un pregevole trittico di bluesacci da saloon, You’re Going Home, Better Man e El Indio, brani notturni e paludosi manco fossimo a New Orleans, impreziositi da armoniche d’ordinanza e dal cantato amabilmente sporco. La più garage e “scarna” è From the West to East, mentre l’ultima Stranger sfocia in un riffone un po’ sleazy e un po’ Alice in Chains.

I Quiet Confusion di certo hanno dei begli attributi. Il disco scorre bene ed è chiaro che vuole più prenderti a schiaffi che farti riflettere su ciò che hai fatto. Logico che non provi neanche a sorprenderti: il gioco è vecchio e duro, anche quando sceglie di giocare su campi più recenti (post-grunge, stoner, garage). Alla fine, di MGMT e Arcade Fire ormai il mondo è pieno. Spacchiamoci le nocche, allora.

Servizio di Alessandro Dragoni

(11/04/2013) – ©2014 OnDetour – Tutti i diritti riservati

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