Il concerto de I Ministri di questo sabato all’auditorium Flog si può definire solo in un modo: incazzato.

Di quella rabbia capace di farti credere nei sogni, di quella voglia di gridare che “comunque” vada ci hai provato, quella sensazione che uscirai da lì dentro senza voce, ma felice, felice perché hai dato tutto ciò che potevi ed è stato un mix di sensazioni, di idee e di urla da parte di tutti. Il gruppo spalla, i Vowland che stasera se la giocano in casa, accende la serata con un rock anni 80, fatto di canzoni inedite ma anche di cover, quali “Womanizer” di Britney Spears in versone rock e sweet dreams più nello stile Marilyn Manson.

Il locale pian piano si riempie e il pubblico inizia già a pogare quando, alle 23.00 spaccate, salgono sul palco i protagonisti di questa serata, quelli che si portano dietro un nome non facile in questo periodo, quelli che, però, con questo nome ti danno un po’ di speranza, i Ministri. Per primo sale sul palco Michele Esposito alla batteria, a susseguirsi i due chitarristi Federico Dragogna e F Punto (ovvero Filippo Cecconi) e per ultimo, come consueto, il cantante bassista Divi, Davide Autelitano. Il concerto inizia.
Le voci sul palco si completano alla perfezione con le voci sotto lo stesso palco, pubblico ed artisti diventano una cosa sola, e dal piano superiore, dove ero io, si sente questo insieme così bene che mette quasi i brividi, si vede che le persone sono lì per un motivo che va oltre al “fanatismo”, sono lì per gridare insieme ai loro idoli quelle parole che descrivono esattamente le paure, le forze di noi giovani d’oggi. Iniziano Il futuro è una trappola con un intro strumentale e in pochi minuti sono lì a cantare quella che è la canzone cult del momento, facente parte del loro ultimo album Per un passato migliore (2013), Comunque, canzone inno della speranza, inno del provarci comunque vada. Le urla, i fischi, i salti ed il pogo iniziano e continuano imperterriti con in sottofondo Gli alberi, Spingere e raggiungono l’apice quando con La faccia di Briatore si apre un valco tra il pubblico e rischiando la morte (eufemisticamente) fanno il cosiddetto wall of death.

L’esibizione procede, con la magia delle luci di questo palco (un complimento vivissimo al tecnico luci perché erano pazzesche n.d.a.), con Il sole, Noi fuori, fino ad arrivare a quella che è, per me, la canzone de I Ministri più bella che abbiano mai scritto. Una canzone diversa, non arrabbiata, bensì di una dolcezza unica Palude che il pubblico rende ancora più magica grazie alla presenza di piccole luci date dai centinaia di accendini presenti. L’atmosfera è per qualche attimo intima, sul palco rimane la chitarra acustica che presto sarà raggiunta dalla voce intonante Il bel canto che si conclude con un tuffo sulla folla da parte di Divi.
Il palco rimane deserto, il pubblico inizia ad intonare Bevo e in breve tempo eccoli nuovamente sul palco, questa volta con qualcosa di particolare. Le maglie e le giacche sono volate via, iniziano a cantare Tempi bui e la cosa che subito colpisce è la presenza di una telecamera principale che riprende loro ed il pubblico e la presenza sui manici degli strumenti di una piccola telecamera: si ha la sensazione netta di entrare a far parte di qualcosa, un videoclip, un dvd o chissà. Loro danno il meglio e continuano con Mammut fino a passare a Diritto al tetto introdotta da Divi citando Margherita Hack. Il concerto sta per finire, e quale canzone migliore per annunciare ciò se non “Abituarsi alla fine”?
Finisce così, con i ringraziamenti e uno stage diving con tanto di tuffo del cantante, un concerto sold out pieno di energia che è capace di ricaricarti l’anima per tante altre giornate.

Servizio e Foto di Elisa Bertolucci

(27/11/2013) – ©2013 OnDetour – Tutti i diritti riservati

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